Novant’anni dalla nascita di Silvio Berlusconi e una domanda che guarda più avanti che indietro: che cosa resta oggi della sua idea di libertà quando la politica si misura con i diritti, l’autonomia e la vita quotidiana delle persone con disabilità? Rossella Sessa, responsabile regionale del Dipartimento Disabilità di Forza Italia Campania, parte da qui per raccontare il significato dell’appuntamento del 29 settembre alla Mostra d’Oltremare di Napoli. Una storia politica che appartiene agli ultimi trent’anni del Paese e un’eredità che, per Sessa, va letta anche attraverso ciò che ancora resta da fare.
Che cosa significa per lei partecipare a una giornata dedicata ai novant’anni dalla nascita di Silvio Berlusconi?
«Significa ricordare un uomo che ha segnato profondamente la storia politica italiana e che ha costruito Forza Italia intorno a un’idea molto precisa della persona e della libertà. Ma il 29 settembre non può essere soltanto il giorno del ricordo. Deve essere soprattutto l’occasione per chiederci quanto di quella visione siamo capaci di portare nel futuro».
Lei si occupa in particolare di disabilità. Che cosa può dire oggi il pensiero liberale di Berlusconi a questo mondo?
«Può dire moltissimo, se abbiamo il coraggio di dare alla parola libertà il suo significato più concreto. Per una persona con disabilità libertà significa poter studiare, lavorare, viaggiare, entrare in un luogo pubblico, scegliere dove e con chi vivere. Significa non dover dipendere continuamente da qualcun altro per esercitare un diritto che agli altri viene riconosciuto automaticamente. L’inclusione non è assistenza: è cittadinanza piena».
Dunque anche la disabilità entra nel racconto di quel “futuro ancora da raccontare” scelto per il 29 settembre?
«Deve entrarci. Se vogliamo parlare alle nuove generazioni non possiamo limitarci a raccontare ciò che Berlusconi ha fatto. Dobbiamo utilizzare la sua lezione politica per affrontare ciò che resta da fare. Una società moderna si misura anche dalla capacità di eliminare gli ostacoli che impediscono a una persona di essere realmente autonoma. E le barriere non sono soltanto architettoniche: sono culturali, burocratiche e sociali».
Lei insiste molto anche sulla condizione delle famiglie e dei caregiver. Perché?
«Perché dietro moltissime persone con disabilità c’è una famiglia che troppo spesso viene lasciata sola. Il caregiver accompagna, assiste, organizza terapie e visite, affronta emergenze e spesso modifica completamente la propria vita. Parlare di libertà significa allora occuparsi anche della libertà di queste persone: poter lavorare, avere servizi accessibili, non trascorrere mesi tra uffici e procedure per ottenere ciò che spetta loro».
Berlusconi aveva una capacità particolare di parlare direttamente alle persone. È una delle lezioni che rimangono alla politica di oggi?
«Sicuramente. La politica rischia spesso di parlare attraverso formule nelle quali i cittadini non si riconoscono più. Berlusconi aveva invece una capacità straordinaria di rendere immediato un messaggio e di stabilire un rapporto diretto con chi lo ascoltava. È una lezione ancora attuale: dietro ogni pratica, ogni norma, ogni numero c’è una persona. E la politica deve partire da lì».
Il 29 settembre Berlusconi sarà raccontato anche attraverso immagini, televisione, video e linguaggi molto lontani dalla commemorazione tradizionale. Le piace questa scelta?
«Molto. Berlusconi è stato anche un grande innovatore della comunicazione e sarebbe paradossale ricordarlo attraverso una celebrazione immobile. Parlare ai giovani con i loro linguaggi non significa banalizzare la politica. Significa trasmettere una storia a una generazione che, in molti casi, non l’ha vissuta direttamente».
Una parola, allora, per raccontare Silvio Berlusconi a novant’anni dalla nascita?
«Libertà. Ma aggiungerei una cosa: la libertà non può essere un privilegio di chi non incontra ostacoli. Diventa un valore politico autentico quando riusciamo a garantirla anche a chi ogni giorno deve superare una barriera in più».
