L’escalation tariffaria tra Washington e Bruxelles legata alla disputa sulla Groenlandia proietta un’ombra recessiva sul sistema produttivo nazionale. Secondo i dati elaborati dall’Ufficio Studi della FICEI (Federazione Italiana Consorzi Enti Industrializzazione), il rischio di contrazione dell’export verso gli USA per il 2026 è stimato tra l’8% e il 10%, con una perdita di valore compresa tra i 18 e i 22 miliardi di euro. “L’impatto sul PIL nazionale potrebbe subire una correzione al ribasso fino all’1,4%, minacciando circa 150.000 posti di lavoro”, spiega il presidente Ficei, Antonio Visconti.
Il meccanismo di pressione USA prevede dazi lineari fino al 25% su categorie strategiche per i distretti industriali:
– Meccanica Strumentale: Il comparto, cuore dei distretti del Nord, subirebbe una perdita di 2,7 miliardi di euro.
– Agroalimentare: Con una flessione prevista di 2,3 miliardi, il settore è il più vulnerabile a causa della sostituzione con prodotti fake-Italy. Per alcune filiere, come la pasta, si ipotizzano tariffe ritorsive oltre il 100%.
– Moda e Lusso: La flessione stimata è di 1,6 miliardi, con un colpo diretto ai distretti calzaturieri e della pelletteria.
– Automotive: La componentistica accusa perdite per 800 milioni, destabilizzando l’indotto della Motor Valley.
“Esiste il rischio di una crisi asimmetrica”, aggiunge Visconti, “se il Nord soffre per volumi, il Mezzogiorno affronta lo shock occupazionale più duro nel comparto conserviero e vitivinicolo, con 1,2 miliardi di ricavi a rischio e 13.000 addetti in bilico.
In assenza di una mediazione entro il primo semestre, la diversificazione dei mercati verso l’area Mena (Medio oriente e Nord Africa) e l’Asia diventerà una scelta obbligata per salvaguardare la tenuta dei distretti industriali italiani”.
