“Sono trascorsi 54 anni da quel tragico 7 Luglio 1972 quando a Salerno un giovane militante dell’organizzazione universitaria del Movimento Sociale Italiano trovò la morte per mano dell’anarchico Marini.
Erano gli anni in cui si gridava uccidere un fascista non è un reato, erano gli anni di piombo, erano gli anni in cui l’ideologia valeva più della vita di un giovanissimo uomo, erano anni in cui la politica era questo.”
Lo scrive il Sottosegretario ai Trasporti Antonio Iannone, esponente di Fratelli d’Italia.
Tanti giovani di Destra e di Sinistra conobbero una tragica fine sacrificati sull’altare della contrapposizione che cattivi maestri creavano nel fanatismo di una mancata pacificazione nazionale. Gli anni 70 furono un rigurgito di quella guerra civile che conobbe l’Italia al termine del secondo conflitto mondiale. Non ci fu mai una storicizzazione degli eventi che dalla caduta del fascismo portarono alla Repubblica. Negli anni 70 nuove generazioni vivevano un surrogato di quello scontro, un conflitto che si riproponeva quotidianamente in piazze infuocate dove la violenza era lo strumento di lotta politica. In una disparità numerica evidente la Destra cercava di affermare il suo diritto di esistere e la Sinistra pensava di dover espungere dalla vita democratica ogni cultura diversa dalla propria. Gli stereotipi erano ben codificati finanche nell’abbigliamento, tutto doveva essere ben riconoscibile anche fotograficamente. In questo brodo politico e sociale era espunta ogni possibilità di confronto tra idee diverse, i giovani non avevano diritto ad essere figli del proprio tempo ma erano un’arma, uno strumento per combattere un’eterna guerra di cui erano figli i propri genitori. Era un’Italia atroce che non riusciva a provare pietà neanche davanti alla morte di un diciottenne come Carlo a Salerno.
Questa storia e tante altre meritano di non essere dimenticate perche quella morte non sia vana e trasmetta ai giovani che la Politica è il più nobile degli impegni civili ma che non può mai sfociare nella violenza. Con questo spirito dal 1989, quando ero un giovanissimo militante, con il movimento giovanile della destra salernitana (prima Fronte della Gioventù del Movimento Sociale Italiano, poi Azione Giovani di Alleanza Nazionale oggi con Gioventù Nazionale di Fratelli d’Italia) abbiamo tenuto il ricordo di Carlo Falvella quale memoria di una Città che non ha dimenticato ma dove ancora quella tragedia non è diventata memoria condivisa. Se ancora in prossimità del 7 luglio ci sono risse, se si dibatte di negare una sala pubblica per presentare un libro, se ancora non si riesce ad intitolare a Carlo e ad un’altra vittima di sinistra degli anni di piombo magari due strade vicine, questo significa che non solo ha ancora un senso commemorare Carlo Falvella ma è addirittura necessario. L’Amministrazione Comunale pensa di portare Salerno nel futuro con il Pride senza aver risolto il passato con una pacificazione. In una via Velia chiusa per lavori interminabili nella disperazione dei commercianti resta un piccolo monumento a lungo usato come poggia bicchieri della movida perdendo l’occasione di trasmettere alle nuove generazioni il giusto valore di una storia che dovrebbe essere maestra di vita. Carlo Falvella è il suo ricordo vivranno in noi fino a quando non sarà patrimonio di tutti la cultura dell’insostituibile Ideale rispetto alla criminale ideologia. Distinti e distanti anche da chi si declama di Destra ma mai nulla ha fatto neanche per mantenere questo retaggio, distinti e distanti da una certa sinistra che a 54 anni da quella morte vuole negare la barbarie di un omicidio politico che fu addirittura giustificato. Solo la Memoria può rendere Giustizia.
