All’indomani del voto per la Presidenza della Provincia di Avellino, che ha visto la vittoria di Fausto Picone, candidato dell’area moderata e di Casa Riformista, il candidato sconfitta, Rizieri Buonopane, esponente del Partito Democratico, con una lettera pubblica infuocata accusa di tradimento politico la segreteria provinciale del Pd di Avellino e, in modo particolare, il Capogruppo del Pd in Consiglio Regionale Maurizio Petracca.
La campagna elettorale per l’elezione del Presidente della Provincia di Avellino, che, come ben sapete, mi ha visto impegnato in prima persona, si è appena conclusa. L’esito non è stato quello che tutti noi certamente ci aspettavamo. Il mio avversario, candidato di Italia Viva e sostenuto ufficialmente da Forza Italia e dalla Lega, ha vinto.
Questa è la politica. Si vince e si perde, e questo di certo non sconvolge né me né, tantomeno, voi. Ritengo però fondamentale condividere con voi la profonda amarezza che mi ha accompagnato durante tutta questa fase, dalla battaglia per ottenere la ricandidatura fino alla notte dello scrutinio.
Un’amarezza dovuta alla posizione incomprensibile e difficile persino da commentare assunta dal Partito Democratico di Avellino, nelle persone del Segretario Provinciale – che io stesso ho contribuito a eleggere all’unanimità non più tardi di due mesi fa – e del consigliere regionale, nonché capogruppo del PD in Regione Campania.
I due hanno remato contro la mia candidatura, quella del Presidente uscente, iscritto al PD da prima ancora che loro aderissero al partito, esclusivamente in nome di un accordo preesistente tra il consigliere regionale e il suo collega capogruppo di Italia Viva. Un accordo tra due persone che, a tavolino e sulle spalle del Campo Largo, si sono divise, come spesso accade, le caselle del potere: quella del sindaco del capoluogo e quella del Presidente della Provincia.
Hanno soltanto dimenticato di coinvolgere il partito, i suoi organismi e il tavolo del Campo Largo che, a quanto pare, funziona a fasi alterne, quando fa comodo a qualcuno, seguendo l’ottimo esempio che arriva da Salerno.
Mi ero, ci eravamo illusi che qualcosa fosse cambiato rispetto alle dinamiche degli ultimi anni. Ho, abbiamo immaginato che la presa di posizione chiara del Campo Largo prima e del Partito Democratico nazionale poi, nelle persone di Elly Schlein e Igor Taruffi – non due amici, ma i vertici assoluti della nostra comunità politica – avrebbe posto fine a qualsiasi intesa collaterale.
Quando addirittura Forza Italia e la Lega hanno reso pubblico il loro endorsement a favore del mio avversario, ho, abbiamo ritenuto che il senso di appartenenza, o quantomeno il buonsenso, avrebbe indotto i vertici locali a sostenere il candidato del proprio schieramento.
Ebbene, dopo aver assistito alla pubblica smentita dell’investitura da parte dei vertici nazionali, pronunciata dal Segretario Provinciale, che ha dichiarato a chiare lettere che la mia candidatura non rappresentava quella del PD provinciale, ho dovuto subire una costante offesa alla mia intelligenza, perpetrata dal consigliere regionale e dallo stesso segretario regionale, insieme ai rispettivi staff.
Fingevano di sostenermi, salvo poi organizzare veri e propri agguati durante la call che Igor Taruffi, in assoluta buona fede, aveva convocato per richiamare tutti, ancora una volta, al senso di responsabilità a due giorni dal voto.
E poi lo spettacolo offensivo, per me e per il mio apparato gastroenterico, dei tre consiglieri provinciali – tra cui quello eletto proprio grazie al sostegno del segretario regionale e del suo entourage, in quel caso sì, attraverso una campagna elettorale particolarmente incisiva – che hanno affiancato il mio avversario per l’intera giornata di voto, per poi festeggiare insieme a lui e ai colleghi di Forza Italia la sua vittoria e, dunque, la mia sconfitta.
La sconfitta del Campo Largo e della Segreteria Nazionale del Partito Democratico. Così dicono loro. Così scrivono i giornali. Così è.
A questo punto mi, e vi, chiedo: nel Partito Democratico un segretario regionale, un segretario provinciale e un capogruppo in Consiglio regionale possono davvero infischiarsene della linea dettata dalla Segreteria Nazionale e concordata con il Campo Largo, decidendo scientemente di silurare il proprio candidato a favore di quello sostenuto da Renzi e dalle destre?
È realmente consentito ridicolizzare un simbolo e i vertici che lo rappresentano, peraltro a un solo anno dalle elezioni politiche?
Se così fosse, sarebbe un fatto tanto ridicolo quanto offensivo e creerebbe un precedente gravissimo, capace di giustificare qualsiasi forma di trasformismo politico travestita da presunta autonomia territoriale.
E allora, se davvero le cose stanno così, un immediato intervento per ripristinare le regole interne del Partito Democratico non è soltanto necessario, ma urgente.
I livelli territoriali del partito andrebbero commissariati, il capogruppo in Consiglio regionale destituito e i consiglieri provinciali espulsi. E questo non per la vendetta di Buonopane, ma per la credibilità stessa del Partito Democratico, oggi seriamente messa in discussione, almeno in Irpinia.
